Senatore dem spiega perché il Pd deve cestinare la Santa alleanza

Dunque, non ci saranno elezioni anticipate, nella primavera che sta per iniziare. Paradossalmente, è l’ulteriore e progressivo indebolimento della leadership di Berlusconi a produrre questo esito: fino a qualche settimana fa Berlusconi e Bossi potevano scegliere la strada del voto anticipato. Un rischio, per loro e per il paese. Certo. Ma un azzardo calcolato: per chiedere agli elettori di punire il “traditore” Fini, facendo ripartire la macchina della “rivoluzione federalista e liberale”. di Enrico Morando, senatore del Partito democratico
21 AGO 20
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Ora, il ricorso immediato alle urne può essere solo il frutto di un evento che li travolga. Quando Berlusconi e Bossi dicono “si va avanti” non compiono più una scelta tra alternative disponibili: si trincerano dentro gli attuali rapporti di forza parlamentari, che hanno in parte provveduto a restaurare dopo quella che sembrava una tempesta rovinosa (la costituzione di Fli), e si è rivelata solo un robusto temporale.
Le conseguenze per il paese si annunciano nefaste: il presidente del Consiglio costruirà l’agenda politico-parlamentare sulle ricette suggerite dai suoi avvocati difensori, così che il paese non avrà né ruolo, né strategia nella gestione di dossier cruciali per il suo futuro, come quelli delle nuove regole del Patto di stabilità e di crescita europeo e delle conseguenze del collasso della Libia di Gheddafi. Se le cose stanno così – e a me pare proprio che stiano così – anche il Pd si trova di fronte all’esigenza di un profondo mutamento di strategia: se il voto sarà tra un anno e più, l’idea di prepararlo facendosi regista della costruzione di una grande alleanza costituente, da Fini a Vendola, passando per Casini e Di Pietro, è semplicemente insostenibile.
Così, adesso anche il più convinto sostenitore della teoria emergenzialista dell’Union sacrée contro Berlusconi non può non prendere atto che restare ancorati a questa proposta politica impedisce ai riformisti italiani di utilizzare la crisi verticale di credibilità di Berlusconi per mettere in campo con successo un’iniziativa di sfondamento nel campo avversario, tra quei milioni di elettori del centrodestra che hanno già maturato un giudizio di profonda delusione per le performance del governo, ma non considerano uno schieramento tenuto insieme dall’antiberlusconismo come un’alternativa credibile. Ciò spiega perché il Pdl crolla nei sondaggi, ma il Pd non conquista uno solo di quegli elettori in fuga.
Lo sviluppo di questa iniziativa non è impossibile. Ma non c’è più tempo da perdere dietro a improbabili manovre e colpi di mano parlamentari: a un’analisi seria dei problemi del paese e delle sue potenzialità dobbiamo far corrispondere un credibile progetto di cambiamento, scommettendo tutto sul Pd e sulla sua capacità di farsi protagonista e forza egemone di una lunga stagione di governo riformista. Riforme radicali – progettate oggi, dall’opposizione, a differenza di quello che facemmo tra il 2001 e il 2006 – da contrapporre al populismo conservatore che prospera su paure e tensioni che esso stesso promuove ed esaspera.
Obiettivo unificante e principio ispiratore comune: cambiare e non difendere. In tutti i campi, dalle politiche per l’immigrazione (vedi il documento Maran presentato all’assemblea pd di Busto Arsizio), a quelle per la sicurezza (un solo corpo di polizia per il controllo del territorio), dal diritto “unico” del lavoro (Ichino) al nuovo modello contrattuale, per redistribuire anche a favore dei lavoratori i vantaggi da aumento della produttività, fino alla partecipazione dei lavoratori nelle imprese. Le occasioni si propongono ogni giorno. Il 24-25 marzo c’è un Consiglio europeo in cui si decide sulle procedure e i caratteri della nuova governance economica europea e del Patto di stabilità e crescita: il governo italiano deve essere sfidato a dire agli italiani, prima del 24 marzo, come intende rispondere a questa proposta. Per farlo, il Pd deve esplicitare la sua risposta, quella che ritiene utile per il paese: inserire nella Legge di contabilità l’obiettivo del costante miglioramento del saldo strutturale (0,5 per cento del pil rispetto all’anno precedente), fino all’azzeramento dell’indebitamento netto strutturale. Una regola anticiclica di evoluzione della finanza pubblica che, adottata già nel 2011, garantirebbe – anche senza ulteriori interventi sul volume globale del debito attraverso l’utilizzo di una quota del patrimonio pubblico (che certo potrebbe aiutare) – una discesa del debito stesso sotto il 100 per cento del pil poco dopo il 2020. Non regge l’obiezione: “Ma come fa, un governo che si regge in piedi a stento a trovare la forza per una scelta tanto impegnativa?”. Se il governo si sottrae mostra che la sua pretesa di “andare avanti” collide con gli interessi del paese. Quale migliore testimonianza e garanzia della capacità di farlo dal governo?

Dunque, il Pd ha urgente bisogno di un trasparente mutamento di linea politica: sia rispetto a quella che ha legittimamente prevalso, con Bersani, all’ultimo congresso (la priorità delle alleanze rispetto al consolidamento della “vocazione maggioritaria”), sia rispetto a quella seguita dall’estate scorsa (la grande alleanza). Intendiamoci. Bersani ha pieno diritto di insistere sulla strada seguita sin qui. Sulla quale del resto ha raccolto, cammin facendo, il consenso anche di gran parte delle minoranze congressuali. Ma questa scelta espone il Pd a un rischio grande: ritrovarsi tra un anno – con la scadenza elettorale imminente – privo di una proposta politica credibile, a fronte di un centrodestra ristrutturato, o per iniziativa dello stesso Berlusconi, o per l’emergere di una nuova leadership, che prevalga su quella del Cavaliere. Proprio perché è vero che il declino di Berlusconi è cominciato, non si può affatto escludere che l’insieme delle forze politiche, economiche, sociali, culturali e religiose che nel 2008 sostennero il centrodestra si stiano oggi muovendo per favorire una sua profonda ristrutturazione, con un nuovo candidato premier (Tremonti) e il ritorno a pieno titolo dell’Udc nella coalizione (sì, potrebbe avvenire col pieno consenso della Lega, garante lo stesso Tremonti).
Questa evoluzione del centrodestra non è affatto certa. Anzi. Ma non è impossibile. Ed è negli auspici dei più, consapevoli che Berlusconi, ammesso che sia mai stato una risorsa, per l’Italia, è da tempo diventato un problema. In ogni caso, ciò che conta – per il Pd – è che la sua proposta di grande alleanza, già oggi poco utile per conquistare i molti elettori delusi da Berlusconi, verrebbe letteralmente messa fuori gioco da questa possibile riorganizzazione dell’offerta politica, sul lato del centro-destra. Chi ragiona così, nel Pd, ha dunque il diritto (e anche il dovere, nell’interesse del paese e del partito) di chiedere a Bersani di operare non una correzione, ma una vera e propria svolta. E deve farlo attraverso una trasparente battaglia, senza imboscate, manovre diversive e confuse pretese di mutamento a proprio favore degli equilibri sui quali oggi poggia la gestione del partito. Se la risposta di Bersani sarà positiva, meglio. Se sarà negativa, la strategia alternativa dovrà organizzarsi in vista di un appuntamento congressuale che comunque ci sarà, prima delle elezioni politiche, se esse non si terranno nella prossima primavera. Un’occasione nella quale, col metodo aperto fissato dallo statuto, gli elettori più attivi saranno chiamati a definire visione, programma e leadership coi quali andare al confronto col centrodestra.
di Enrico Morando, senatore del Partito democratico